La scuola nel bosco – pericolo cinghiali

scuola materna Leopardi
Ritorno alla scuola dove sono andata da piccola. Più di 20 anni passano in un secondo: le aule semi-nascoste nel bosco (un tempo ricoperte di amianto), i pini a perdita d’occhio (fino a coprire le antenne che sparavano onde elettromagnetiche a tutto spiano), i muretti di pietra su cui arrampicarsi, rincorrersi (e sfracellarsi), la terra polverosa con cui fare la “caccamolla” da tirarsi in terribili guerre tra bande. 
La scuola è diventata ancora più selvaggia, da quando sono andata via. Un tempo il pericolo peggiore erano le processionarie, che da bambini temevamo come branchi di lupi selvatici. Ora le belve sembrano arrivate davvero: “è stata segnalata la presenza di cinghiali” si legge in un cartello sul cancello della scuola che invita a non avvicinare o dar mangiare agli animali. E’ davvero un posto pazzesco, nel bene e nel male.


Io sono venuta a dare un’occhiata prima di consumare il “tradimento”: penso che iscriverò Piccolè a un’altra scuola dell’infanzia, infrangendo la promessa che mi ero fatta alla fine della quinta elementare, in lacrime perché non volevo andare via: i miei figli sarebbero andati lì o da nessun’altra parte. L’altra scuola però è più vicina, posso accompagnarci Piccolè a piedi e ci va già uno degli amici più cari. Avremmo dovuto comprare un’altra macchina solo per portare Piccolé qui. E poi non è una decisione per sempre, la iscriveremo in questa scuola alle elementari. Tutte ottime scuse ma – appunto – scuse.

Forse è il senso di colpa che mi rende così sentimentale mentre affronto la “Salita”. La scuola mi sembra ora così silenziosa, vuota, senza le nostre voci di bambini. Tutti gli alunni devono essere nelle classi a fare lezione. Mi ricordo il primo giorno di scuola, i grembiulini a quadri, le cartelle rosse, Petra, Irene e Sara che ride. Ma non riesco a rivivere le stesse sensazioni. Poi entro nel grande padiglione delle elementari e l’odore della mensa, inconfondibile, mi riporta finalmente indietro nel tempo. Quel puzzo inconfondibile mi abbraccia come un vecchio amico, anche se non era neanche buona, come mensa: ricordo che quello mangiavo con più gusto era la carta delle tovaglie.

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Il libraio snob, il giocattolaio anticonsumista e l’agente immobiliare sadomaso

Tantissimo tempo che non scrivo. Il rientro è stato un po’ movimentato, ma ci stiamo dentro. Piccolé è tornata a scuola con grande entusiasmo già dal primo settembre. Nel frattempo ha deciso che non vuole più il pannolino (anche se non ha ancora il pieno controllo della situazione) e che può tranquillamente andare a letto dopo le undici visto che ormai, a quasi due anni, è grande. Al momento stiamo trattando.

Dopo un’estate da pendolari che, all’apice del caos, ha previsto tutti insieme al mare ben tre nonni e una bisnonna (più zii, cugini e gatto) in un allegro delirio, siamo tornati alla nostra casetta di Roma. Ho scoperto in questo mese di treni, biciclette, pullman e autobus il valore inestimabile di lavorare a cinque fermate di metro da casa (anche se la metro è quella bradipesca della Capitale). Ogni tanto, presa dall’entusiasmo, mi lancio anche a fare la strada a piedi ma finisce sempre che mi perdo per negozi e faccio tardi.

Intanto mi hanno incastrato nel gruppo whatsapp della palestra, che è quasi peggio del gruppo whatsapp dei genitori del nido. Ho detto quasi: peggio del whatsapp dei genitori del nido non c’è niente. Comunque anche questo dei maniaci del fitness non scherza; la maggior parte digiuna e si allena in pausa pranzo, così spesso mi arrivano foto dei vari traguardi sportivi raggiunti appena io ho ingoiato l’ultimo morso di pizza e me la mandano di traverso. Non mi stupisce che sono la più cicciona del corso.

A consolarmi ci pensano i negozianti della zona (avevo raccontato già qui alcune loro avventure, Nella terra di mezzo). Ultimamente – però – hanno preso una strada masochistica che mi preoccupa. I primi sono stati quelli della libreria dietro casa, che purtroppo ha chiuso. Faticano a sopravvivere alla concorrenza di Amazon e Feltrinelli anche quelle del centro, figuriamoci questa qui, sepolta tra i palazzoni. Il libraio poi aveva l’abitudine di consigliarti sempre libri bellissimi – che però lui non aveva – e di disdegnare quelli che, invece, aveva negli scaffali. “La Ferrante? Carina, se ti piace il genere”, diceva storcendo un po’ il naso. E tu posavi quasi vergognandoti il libro che stavi portando alla cassa.

Il libraio snob non è il solo autolesionista nel quartiere. Gli fanno compagnia, prima di tutti, i giocattolai anticonsumisti. Sono un gruppo di pedagogisti e architetti che hanno messo su un negozio bellissimo, tutto in legno, con spazi dove giocare e disegnare e anche un laboratorio per le riparazioni gratuite di vecchi giocattoli. Il problema è che è difficilissimo comprargli qualcosa: metà dei giochi in vendita costano un capitale e l’altra metà è divisa rigidamente in scaffali in base all’età dei bambini. Una volta si sono rifiutati di vendermi una bambola di pezza, perché era troppo “da grandi”.

C’è poi l’agente immobiliare che spinge gli appartamenti della concorrenza. Mi affaccio al suo negozio spesso, alla ricerca della casa dei sogni, così ormai ci conosciamo abbastanza bene. L’ultima volta che la vedo faccio – Per caso hai qualcosa per me? – e lei sincera: – Io no, ma hai visto quel cartello di vendita in via tal de tali? Secondo me fa proprio al caso tuo. – Puoi portarmi a veder l’appartamento? -. – No, non ce l’ho in vendita io. E’ dell’agenzia all’angolo, prova a chiedere a loro -. Forse non ne poteva più delle mie richieste continue, e stava provando a sbolognarmi. Altro che masochismo, la sua era una strategia di sopravvivenza.

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A Civita di Bagnoregio con un bebè: sospesi nella città sospesa

 

– Ammazza che trifora! – Come strapiomba sto strapiombo. – Si chiama ‘città che muore’ perché casca, casca giù proprio da sola -. Tra le persone che si inerpicavano sull’unico ponte lungo e sottile per raggiungere il borgo di Civita di Bagnoregio c’eravamo anche noi tre.

Non avremmo dovuto essere lì, avevamo mangiato presto in campagna e ci eravamo preparati a partire in fretta e furia per evitare il traffico e portare Piccolé a Roma prima di sera. Erano le tre e mezza ed eravamo già in macchina, ma il cielo era troppo azzurro, le querce troppo verdi, la strada (ancora) troppo libera per andare dritti a casa.

E così siamo partiti nella direzione opposta. Siamo finiti a Civita di Bagnoregio, dove A. non era mai stato. Io avevo un ricordo da bambina di questo paese etrusco costruito su una base di argilla che, frana dopo frana, è rimasto un mucchietto di case abbarbicate in cima a un colle. Ci vivono ancora una decina di persone. L’ho trovato incantato come nell’immagine che avevo nella mia memoria, sembra fluttuare nel vuoto.

Anche Piccolé ha apprezzato. Andava in giro nel marsupio, in braccio al papà e sembrava studiare tutto. La vallata brulla sotto il ponte, le case di tufo, i gatti, gli archi, i passanti. È strano pensare che di questi giorni, di questi primi mesi insieme che io non dimenticherò mai lei non avrà nessun ricordo. Avrei voglia di scrivere ogni cosa, in ogni suo più piccolo particolare.

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Il barbiere hipster

Il barbiere hipster che ha aperto a Roma nella mia via è solo l’ultimo di una serie di negozi “giovani” arrivati negli ultimi mesi nel mio isolato. Il primo è stato un birrificio (qualcuno doveva aver detto al proprietario che si stava trasferendo nella zona un clientone come A.). Poi è toccato alla latteria-gelateria a chilometri zero. E c’è stata la volta del laboratorio di tatuaggi, che ha monopolizzato per settimane le conversazioni ai giardinetti tra vecchietti scandalizzati e ragazzini incuriositi.

Nel giro di un inverno è cambiato il volto della strada e si è avventurato a prendere una casa da queste parti anche qualche universitario, ma resta da vedere come i nuovi venuti si relazioneranno con i negozi “storici” del quartiere dalle sorelle brucia-caffé al fruttivendolo mummificato. Per il momento solo Stella, l’estetista cinese, ha dichiarato guerra ai ragazzi della birreria, colpevoli di disturbare con i loro schiamazzi i suoi massaggi.

Per rappresaglia, lei spara a tutto volume dalla mattina alla sera le sue canzoni preferite. Un giorno le ho chiesto se parlassero d’amore, mi ha risposto di no. “Questa – mi fa – per esempio dice: la Cina è grande, ma lavora e lavora e diventerai grande come la Cina”. Della serie: se non sono pazzi non ce li vogliamo.

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Nella terra di mezzo

Questa è una dichiarazione d’amore per la mia strada. Dici “abito a Roma” e tutti si immaginano una camera con vista sul Colosseo (magari con Scajola per dirimpettaio) o minimo minimo una romantica casetta color pastello a Trastevere. Io vivo un po’ più in là, non ancora in una periferia “dura e pura” ma neanche tra viali alberati e palazzine liberty.

Quando hanno inventato la versione capitolina di Risiko (il geniale Rosiko) hanno lasciato un buco nero in questa zona  tra il “Non solo centro” dei vari Prati, Vaticano, Villa borghese e i “Territori del Nord-Ovest” che si estendono dalla Balduina fino a Casal del Marmo e la Giustiniana.
Ecco, qui siamo nel regno dei palazzoni anni 60 che si affacciano su altri palazzoni anni 60 (anche se ancora, a saper dove guardare, ogni tanto spunta tra le antenne paraboliche uno spicchio di Cupolone).

I turisti da queste parti ci finiscono solo se si perdono mentre cercano i Musei Vaticani, ma abbiamo anche noi le nostre attrattive:

1 Il meccanico egiziano Abramo, che ti saluta con entusiasmo ogni volta che passi davanti alla sua officina anche se non hai macchina né motorino (compensa proponendoti ad ogni festa comandata di assoldare un soprano o una ballerina del ventre, interpretati sempre dalla sua nipote disoccupata);
2 Le fornaie chiacchierone, capaci di vendere quintali di pizza bianca anche alla più anoressica delle modelle;
3 La palestra coatta con luci al neon e musica tunza tunza che cerca di darsi un tono con i corsi di pilates. “Sugli ischi! Ho detto che ve dovete da poggià sugli ischi!”, risuona per tutta la sala;
4 Il porno-pizzicagnolo (droghiere, per chi non mastica la lingua), io ancora ho timore ad avventurarmici da sola. Ma tra battutacce e apprezzamenti pesanti è una garanzia di successo per gli amici che vengono da fuori: “Molto pittoresco”;
5 Le sorelle-bruciacaffé, si suppone debbano essere delle bariste ma, vista la scarsa attitudine all’espresso, immaginiamo che sia una copertura. Il mistero è perché continuiamo ad andarci;
6 Il fruttivendolo mummificato. C’è chi è pronto a giurare che sia in quel negozio fin dalla prima guerra mondiale, è “antico” più che vecchio. A un certo punto aveva anche venduto, ma poi non sapeva che fare a casa senza la sua bottega e se l’è ricomprata. Da lì combatte tremolante contro una decina di concorrenti del Bangladesh che lo hanno circondato, ma lui non si arrende;
7 La pizza al taglio più cara di Roma. La strategia è andarci che sei già strasazio e ordinare “giusto un assaggio”. Se riesci a sopravvivere al conto, è una vera goduria.

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Questo post è stato pubblicato in origine sul mio blog 40 settimane (e mezzo). Reportage dalla mia gravidanza.

* Foto credit: Tic edizioni

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