Lanzarote a caccia di vulcani con una bimba di 3 mesi


 – Ho pagato quindi devo stare in costume – dice l’unica altra ragazza sulla spiaggia. – Anche se piove. Ma che freddo fa? Meno male che domenica torniamo a Milano -. 

Lanzarote non è per tutti, soprattutto a gennaio. Noi tre, però, l’abbiamo adorata. I nuvoloni corrono in cielo e disegnano ombre viola, nere e blu sulla terra rossa dei vulcani. Le case sono tutte bianche, basse e squadrate, sparse qui e là in orizzonti brulli e desertici (sono vietate le costruzioni di più di tre piani, di altri colori o altri stili). Percorrendo l’interno dell’isola indovinano nel suolo le bocche dei vulcani, quasi 140 in totale. Strani cerchi di pietre e distese di sassolini neri, nelle campagne, proteggono dal vento ognuno una vite o un albero da frutto. Il vino è dolcissimo, il mare furioso e batte le rocce di lava e le spiagge del surf.

Anche Piccolé era felice, andava in giro tutto il giorno con mamma e papà, rideva alle palme, ai gatti, ai passanti. Faceva troppo freddo per stare in spiaggia più di mezz’ora ma è venuta sul vulcano, nelle grotte, tra le vigne, nei ristorantini e nei musei di César Manrique, l’artista che dagli anni 60 ha fatto dell’isola un laboratorio di arte diffusa e sviluppo ecosostenibile. È merito suo se Lanzarote è scampata al cemento e al turismo selvaggio e sull’isola è trattato con la devozione di un santissimo patrono laico.

Canarie con un neonato

I bambini sono più che benvenuti in tutti i posti dove siamo stati e nelle due case che abbiamo affittato ci hanno dato gratis una culla per Piccolé. È stato fondamentale avere un marsupio (una fascia o uno zainetto) perché tante passeggiate e tante spiagge si sono rivelate off limits per un passeggino. Noi abbiamo portato l’ovetto e lo abbiamo usato quasi solo come seggiolino per l’auto. Indispensabili anche fasce e cappellino per proteggere le orecchie dal vento.

Abbiamo noleggiato una Polo per pochi euro (13 al giorno) e trovato un’offerta che ci permetteva di prendere la macchina a Lanzarote e lasciarla all’aeroporto di Fuerteventura. Se non si vuole guidare, ci sono dei pullman che percorrono tutte le isole ma si perde qualcosa, perché sono proprio le strade deserte e i villaggi sperduti la parte più affascinante del viaggio. Un’alternativa alla macchina, per le famiglie con bambini più grandi, è la bicicletta.

La spiaggia più riparata che abbiamo trovato è a punta del Papagayo a Lanzarote, un po’ scomoda da raggiungere ma ne vale la pena. La nostra casa (in un residence) era alla bella Playa de los Pocillos di Puerto del Carmen, una cittadotta in posizione strategica ma senza il fascino dei tanti centri minori come El Golfo, sulla costa, o Teguise, nell’interno.

Tra i motivi per andare, almeno per mangioni come noi, c’è anche la cucina ottima con i pescioni alla griglia, i minicalamaretti fritti, il formaggio di capra di Fuerteventura e la malvasia di Lanzarote. Come periodo, gennaio era più freddo di come lo immaginavamo (sui 16-22 gradi, molto molto ventoso e con qualche rovescio di pioggia). Ci hanno consigliato di tornare a settembre-ottobre, lo faremo.

ps Vuoi saperne di più? Ecco la mia guida ai viaggi alle Canarie e i consigli per partire con i bambini.

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In viaggio con Piccolé a tre mesi

Per avere meno di 4 mesi, Piccolé ha già una discreta esperienza di mezzi di trasporto, e non tutti sono di suo gradimento.

A piedi – andrebbe sempre in giro, con fascia, marsupio o passeggino, basta muoversi senza soste (soprattutto nei negozi) e lei è beata.

In auto – ovvero come avere una sirena senza essere un’ambulanza. Appena partiti inizia a piangere alla massima potenza, di solito dopo un paio di minuti smette (soprattutto con una colonna sonora sufficientemente coatta) e si addormenta. A quel punto non ti fermeresti più, un po’ come Kerouac “Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo”. “Per andare dove, amico?”. “Non lo so, ma dobbiamo andare”.

In treno – il mezzo preferito (da brava nipote di ferroviere). L’effetto soporifero è immediato. Lo sguardo terrorizzato che assumono gli altri passeggeri al vederla salire sul loro stesso vagone si trasforma in breve in vezzeggiamenti e moine.

In aereo – una tetta sempre a disposizione e passa la paura. Il minifasciatoio della micro-toilette, poi, è un vero spasso: bisogna sperimentarlo almeno un paio di volte l’ora. La mamma ne esce con petto, schiena e braccia doloranti come nemmeno dopo un incontro di boxe.

In barca – ha fatto un solo viaggio in traghetto, un po’ movimentato tra onde e vento. Ce la siamo cavata sdraiate insieme (anche con il papà) sul pavimento che ondeggiava.

Per bici, cammello e sottomarino ancora (purtroppo) non possiamo esprimerci.

Ps Siamo appena appena tornati dal Primo Grande Viaggio, un paio di settimane alle Canarie. Il tempo di riordinare i ricordi e raccontiamo tutto.

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L’ultima cena

Qualche giorno fa vengono a cena a casa nostra a Milano due amici rugbisti di A. belli, single e dongiovanni. Loro parlano di notti in Costa Azzurra, viaggetti e conquiste. Noi arriviamo all’ultimo secondo dopo un pomeriggio intenso e, nel preparare la cena, carbonizziamo i crostini e rischiamo di dar fuoco alla cucina. La bimba, di solito tranquilla, piange tutto il tempo. Io mi intravedo nello specchio con le occhiaie, tutta spettinata e spiegazzata. La serata alla fine è molto divertente ma A. sembra uscire dal confronto piuttosto provato.

Ps È l’ultima cena a via Ampere. Zitti zitti negli ultimi giorni abbiamo traslocato le ultime cose dalla prima casa dove abbiamo vissuto insieme. A. ha abitato qui per nove anni e gli dispiace andare via, ma ormai viene a Milano solo ogni tanto e non ha senso continuare a pagare l’affitto. Lavorerà ancora anche in Lombardia, i nostri vagabondaggi Nord-Sud continuano, ma per me è indubbiamente un altro passo verso il “vissero insieme felici e contenti” (anche se un po’ spettinati).

 

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Nella terra di mezzo

Questa è una dichiarazione d’amore per la mia strada. Dici “abito a Roma” e tutti si immaginano una camera con vista sul Colosseo (magari con Scajola per dirimpettaio) o minimo minimo una romantica casetta color pastello a Trastevere. Io vivo un po’ più in là, non ancora in una periferia “dura e pura” ma neanche tra viali alberati e palazzine liberty.

Quando hanno inventato la versione capitolina di Risiko (il geniale Rosiko) hanno lasciato un buco nero in questa zona  tra il “Non solo centro” dei vari Prati, Vaticano, Villa borghese e i “Territori del Nord-Ovest” che si estendono dalla Balduina fino a Casal del Marmo e la Giustiniana.
Ecco, qui siamo nel regno dei palazzoni anni 60 che si affacciano su altri palazzoni anni 60 (anche se ancora, a saper dove guardare, ogni tanto spunta tra le antenne paraboliche uno spicchio di Cupolone).

I turisti da queste parti ci finiscono solo se si perdono mentre cercano i Musei Vaticani, ma abbiamo anche noi le nostre attrattive:

1 Il meccanico egiziano Abramo, che ti saluta con entusiasmo ogni volta che passi davanti alla sua officina anche se non hai macchina né motorino (compensa proponendoti ad ogni festa comandata di assoldare un soprano o una ballerina del ventre, interpretati sempre dalla sua nipote disoccupata);
2 Le fornaie chiacchierone, capaci di vendere quintali di pizza bianca anche alla più anoressica delle modelle;
3 La palestra coatta con luci al neon e musica tunza tunza che cerca di darsi un tono con i corsi di pilates. “Sugli ischi! Ho detto che ve dovete da poggià sugli ischi!”, risuona per tutta la sala;
4 Il porno-pizzicagnolo (droghiere, per chi non mastica la lingua), io ancora ho timore ad avventurarmici da sola. Ma tra battutacce e apprezzamenti pesanti è una garanzia di successo per gli amici che vengono da fuori: “Molto pittoresco”;
5 Le sorelle-bruciacaffé, si suppone debbano essere delle bariste ma, vista la scarsa attitudine all’espresso, immaginiamo che sia una copertura. Il mistero è perché continuiamo ad andarci;
6 Il fruttivendolo mummificato. C’è chi è pronto a giurare che sia in quel negozio fin dalla prima guerra mondiale, è “antico” più che vecchio. A un certo punto aveva anche venduto, ma poi non sapeva che fare a casa senza la sua bottega e se l’è ricomprata. Da lì combatte tremolante contro una decina di concorrenti del Bangladesh che lo hanno circondato, ma lui non si arrende;
7 La pizza al taglio più cara di Roma. La strategia è andarci che sei già strasazio e ordinare “giusto un assaggio”. Se riesci a sopravvivere al conto, è una vera goduria.

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Questo post è stato pubblicato in origine sul mio blog 40 settimane (e mezzo). Reportage dalla mia gravidanza.

* Foto credit: Tic edizioni

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Cose molto pericolose

– Dottore, ho mangiato delle formiche vive, pensa che può far male?
– Ma… QUANTE ne ha mangiate?
– Due o tre, sapevano di sale e limone, pensa che può far male al bambino?
– Non credo, ma… perché le ha mangiate?!

Già, perché? Direi che “perché non sapevo di essere incinta” non è una scusa sufficiente. E’ che ero in Amazzonia ecuadoregna, nella mia migliore interpretazione della Piccola Esploratrice in Luna di Miele. La guida ci aveva detto di imparare a riconoscere le formiche commestibili, nel caso ci fossimo persi nella giungla. E così… le ho assaggiate. Una per cominciare, ma era così piccola che non si sentiva niente, e così un altro paio. Non erano male. Ora mi sembra la conferma incontrovertibile e definitiva che sarò una madre degenere, anche perché nell’ultimo mese mi sono capitate diverse cose strane e pericolose:

– Ho camminato su tronchi sospesi su una laguna con piranha e caimani,
– Mi hanno punto insetti di ogni forma e dimensione,
– Ho fatto l’altalena tipo Tarzan su liane lunghe 20 metri,
– Ho bevuto viscidi intrugli di “frutta” non meglio identificata,
– E mangiato uno spiedino di larve alla griglia (grandi come albicocche),
– Ho preso una sfilza di medicine e vaccini che neanche alle Olimpiadi dell’ipocondria.

Ora continuo a domandarmi, ma perché l’ho fatto? Nel viaggio di nozze ci sono stati anche lunghi bagni nelle acque tropicali e passeggiate in spiaggia al tramonto, ma – come ti sbagli – allora non dovevo essere ancora incinta.

ps Ho rifatto il test per le Beta-Hcg, continuo a sfornare ormoni che neanche la Monsanto nei suoi tempi migliori. Incrociamo le dita.

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Questo post è stato pubblicato in origine sul  mio blog 40 settimane (e mezzo). Reportage dalla mia gravidanza.

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