Il nostro Decameron di Covid con le stampelle

I nostri primi dieci giorni di emergenza Coronavirus.

E di come, ancora una volta, io sia riuscita a rendere tutto più difficile.

Giorno 1- Scuole e asili nido chiusi in tutta Italia

Il governo chiude le scuole in tutta Italia per bloccare i contagi. Io non dò prova di grande resistenza in casa e mi rifugio in biblioteca per lavorare un po’. Qui non so bene come ma casco a terra mezza svenuta e mi faccio male alla caviglia. Riesco a farmi male in biblioteca, credo di essere la prima dai tempi dei tempi. Finisco al pronto soccorso.

Giorno 2- Nel posto sbagliato al momento sbagliato

Il venerdì inizia al pronto soccorso, il posto “più indicato” dove andare con un’emergenza virus in corso. Ero arrivata dalla biblioteca alle sette della sera prima, ci resterò fino alle 3 di notte senza riuscire a vedere un ortopedico. Comunque mi fanno una lastra, che esclude una frattura, e una fasciatura rigida che dovrei togliere 5 giorni dopo.

Giorno 3- Lo slalom gigante in corridoio

Provo a prendere confidenza con le stampelle. Devo diventare una zompettatrice evoluta perché, con i bimbi a casa, mi tocca fare lo slalom tra pezzi di lego, puzzle, macchinine, bambole e colori di ogni tipo. Ma sono veramente scarsa (sono sempre quella che è riuscita a infortunarsi in biblioteca) e mi consolo con la preparazione di teglie e teglie di pizza.

Giorno 4- Dolcetti in vendita

Visto che la cucina ha avuto successo con i bambini, passiamo tutto il giorno ai fornelli. La nostra massima soddisfazione sono dei muffin al cioccolato con gocce di cioccolato. Piccolè (5 anni) si costruisce un cappello da chef e inizia a scrivere cartelli per la sua pasticceria. Poi ci rimane un po’ male che non c’è nessuno a cui vendere i dolcetti. Non faccio in tempo a proporre di regalarli ai vicini che sono già finiti.

Giorno 5- Prove di normalità

Sempre più difficile. È lunedì, provo a lavorare da casa con una gamba sola e due bimbi piccoli, ma è il delirio. Arrivano i nonni in soccorso, con sprezzo del pericolo, e mettono anche in atto un tentativo di evasione. Prendono i bambini e li portano con i monopattini sul tetto del mercato, deserto.

Giorno 6- Prima consapevolezza

Decidiamo di tenere sempre in casa i bambini. Sentiamo i racconti dei nostri amici in Lombardia e iniziamo a preoccuparci davvero per il Coronavirus. I nonni continuano a venire da noi, almeno finché io non riuscirò a camminare senza stampelle. C’è un nuovo problema perché mi annullano la visita dall’ortopedico – a causa dell’epidemia sono tutte sospese – dovrei togliere la fascia, ma la caviglia fa ancora male e non so bene che fare.

Giorno 7- Prigioniera

I bambini hanno preso gusto alla mia immobilità forzata. Arrivano e mi si piazzano in braccio con libri, giochi e un fare autoritario. Il Picinin, in particolare, vuole “insegnarmi” a suonare l’ukulele, ma è un maestro severissimo e mi sgrida sempre. Oppure, appena riesce, mi ruba il cellulare e scappa dove non riesco a raggiungerlo.

Giorno 8- L’uomo invisibile

La confusione è massima. Cerca di lavorare da casa anche il papà, almeno per qualche ora si rintana negli angoli più sperduti dell’appartamento. Entra e esce per misteriose incombenze. Così alla fine finisce che andiamo tutti a tavola per pranzo, dimenticandoci di lui. Mia suocera lo aveva cercato senza trovarlo e avevamo pensato che non ci fosse. Secondo me si era nascosto nella cabina-armadio con il computer.

Giorno 9- Sogni di evasione

La mia amica continua a postare foto stupende della Patagonia, dov’è in viaggio da sola. Sembra un sogno dal caos di questo appartamento iperaffollato. Chiudo gli occhi e mi sembra di correre per quei sentieri tra i monti aguzzi e il cielo così grande, tutto quello spazio da esplorare.

Mi richiamano alla realtà le note dell’ukulele scordato del Picinin, colonna sonora della nostra giornata. Per coerenza, Piccolè è vestita da ballerina dalla mattina alla sera. Toglie il pigiama solo per vestirsi da danzatrice o da principessa, i vestiti normali sono esclusi.

Giorno 10 -La pandemia e noi

È sabato. Per festeggiare il weekend usciamo sul terrazzo condominiale a prendere aria. Dall’alto fa ancora più impressione quanto Roma sia vuota, deserta. Ogni tanto quasi dimentico cosa sta succedendo, A. invece sta sempre con gli occhi agli ultimi aggiornamenti.

Sento la mia amica in Argentina, ci sono stati dei casi di Coronavirus anche lì ed è dovuta rientrare a Buenos Aires per fare la quarantena. Non posso neanche più sognare la Patagonia in santa pace.

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1 commento

  1. sempre bello leggerti, soprattutto per gli spunti di riflessione. per esempio provavo ad elencare quante persone conosco che, con una gamba rotta, si consolano “sfornando teglie di pizza?” ….

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