Prime pappe: 5 trucchi a prova di viaggio

Prime pappe fuori casa

Il momento delle prime pappe è arrivato. Lo riconosco dal fetore di verdure lesse che appesta la casa, dalle schifo-macchie di mela che coprono ogni cosa (e ci restano per sempre, secondo me sono proprio indelebili) e dalle cacche  del pupo non più così “innocenti”. Il Picinin sta diventando grande. Cominciare lo svezzamento per me significa una cosa prima di tutto: l’emancipazione dall’odiato tiralatte. Posso andare a lavorare (o, magari, anche uscire una sera a divertirmi) senza dovermi spremere il seno come la mucca Carolina. Quindi evviva le pappe, nonostante tutto!

 

Prime pappe per piccoli viaggiatori: ecco come ho fatto

Eppure c’è una cosa che rischia di rompere l’incanto. Con lo svezzamento all’improvviso uscire, che sia per una gita, una passeggiata, una vacanza o un grande viaggio, diventa più complicato. L’orario del pranzo incombe come una micidiale ora X che intralcia ogni programma. Per assurdo è più facile andare in giro con un neonato molto piccolo – di poche settimane – che con un bimbo poco più grande, già svezzato: se la mamma lo allatta, tutto quello di cui il bebè ha bisogno è la tetta e qualche pannolino. Con Piccolè, però, dopo qualche incidente con le prime pappe, ho trovato cinque trucchi per cavarmela anche lontano da casa.

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Un mese di Picinin: 10 cose che so di lui

Festa per neonato che compie un mese

 

  1. Ha la fossetta sul mento e gli occhi che ridono.
  2. Lo ipnotizza la luce che filtra dalla finestra sopra il fasciatoio.
  3. Ha una resistenza invidiabile all’apnea.
  4. Gli piacciono gli occhiali grandi e le barbe. Aiuto! Forse diventerà un hipster.
  5. Ha i piedi prensili, da scimmietta.
  6. Si appallottola come un piccolo riccio se gli fai le coccole.
  7. Dormirebbe sempre e, quando dorme, sogna di sorridere e di ciucciare.
  8. Se ti afferra un dito, lo stringe fortissimo, come per dirti qualcosa.
  9. Si dispera facilmente, altrettanto facilmente si lascia consolare.
  10. Sa fare una Magnum degna di Zoolander.
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Confessioni di un anno da mucca

Allattare è la cosa che ho fatto più spesso nell’ultimo anno, o almeno così mi sembra. Ho allattato in treno, in autobus, in aereo, in roulotte, persino in ascensore (era un’emergenza). Al parco, al ristorante, in spiaggia, all’Expo. Ho allattato di giorno, di notte, all’alba e al tramonto. Piccolé cercava il seno appena mi vedeva, se era stanca, triste, nervosa, felice, emozionata.

Poi, all’improvviso – qualche settimana fa – abbiamo smesso. La pupa aveva quasi un anno, era il momento giusto per tutte e due ed è stato più facile del previsto. Nel giro di due-tre giorni siamo passate da quattro poppate a zero. Ora un po’ mi dispiace, e non tanto per l’intimità magica che si creava con la mia bimba mentre prendeva il latte (per quella ci sono mille altre coccole e occasioni), ma soprattutto per motivi molto meno nobili:

– Non avevo mai avuto un seno così pieno, bello, esplosivo e ne andavo molto fiera. In confronto quello post allattamento, prosciugato e moscetto, è davvero tristanzuolo. Lo imbottirei di silicone all’istante.

– Potevo mangiare (quasi) tutto quello che volevo senza ingrassare, mi ero ritrovata un super-metabolismo che non avevo neanche a 15 anni. Se fossi stata meno golosa, sarebbe stata l’occasione perfetta per diventare magra. Ma ahimé non lo ero.

– Avevo una scusa formidabile per uscire prima dal lavoro ed evitare, in generale, tutto quello che non avevo proprio voglia di fare. Si sa che allattare è “così sfiancante”…

Devono esserci lati positivi anche nel non allattare più. Al momento mi viene in mente però solo l’alcol libero dopo mesi e mesi da semi-astemia (che non è male). A proposito, ho proprio voglia di un cicchetto. Hic!

 
ps Ed è così che finì nella sezione mamme degli alcolisti anonimi.

 

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