Strano tipo di festa

Questa non l’ho capita. Ieri era la mia festa perché sono nata due mesi fa e papà è tornato prima dal lavoro. Fuori diluviava, era buissimo ma siamo usciti lo stesso. Siamo andati in una specie di casa con tanti bambini in una saletta. Uno ad uno sono andati in un’altra stanza, a volte si sentiva che piangevano o che tossivano. Noi avevamo appuntamento alle 7 e mezza (“Ora più adatta a un aperitivo che alla visita di controllo di un neonato”, sbuffava la mamma), ma non ci facevano entrare mai. 
E’ passata più di un’ora e io non ci capivo niente, un po’ mi addormentavo addosso a papà, poi mi svegliavo e volevo la tetta, poi mi addormentavo di nuovo. Alla fine sono andata da questo dottore che pareva l’orso Yoghi, mi hanno tolto la tutina e il pannolone (mi piace sempre) e sentito il cuore, il torace, guardato negli occhi, nella gola, nelle orecchie. “Com’è buona questa bambina!” diceva Yoghi perché non strillavo come quello che era uscito prima, ma quello era “piccolo” (non come me che ho già quasi 9 settimane).
Ho pianto solo un po’ quando ha fatto finta di farmi cadere per vedere se avevo i riflessi a posto e poi mi sono offesa e non volevo fare più niente. Quando mi ha pesato è rimasto sorpreso pure lui: ho superato 6 kg, sono nel 3% delle bambine più grandi in assoluto, ma sono anche altissima quindi va bene. Il dottore ha detto che possiamo partire senza problemi, e adesso chi ci ferma più?

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La carta d’identità di Piccolè a un mese: she’s got a ticket to ride

C’è scritto: statura 59 centimetri. Capelli castani. Occhi azzurri. Le voci “stato civile” e “professione” sono rimaste bianche. Del resto, cosa avremmo potuto mettere: ciucciatette full time? Pigrona a tempo indeterminato? Tap model? Drama queen? Piccolé ha fatto la sua prima carta d’identità e io mi sono commossa. È da quando ho scoperto di aspettare un bambino (e anche prima) che immagino di viaggiare insieme. Ora finalmente stiamo per farlo, mancano solo poche settimane. Abbiamo escluso le mete troppo lontane, troppo calde, troppo rischiose e preso i biglietti. Ora ci rimane solo da partire.

ps Prego apprezzare il coraggio con cui pubblico un video dei Beatles nonostante l’avversione di A per gli “scarafaggi di Liverpool” e la sua nota tolleranza musicale.

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Il tiralatte e l’Inquisizione spagnola

Non mi stupirei di trovare in qualche museo sulla stregoneria o sulla storia della tortura un imbuto di plastica dal bordo acuminato attaccato a un piccolo serbatoio. Risponde all’innocuo nome di “tiralatte” ma farebbe la sua figura al fianco di gogne, fruste, sedie spinate e altre invenzioni dell’inquisizione.

Il seno della malcapitata che viene sottoposta al tiraggio infatti viene inserito nell’imbuto. A questo punto un motore dal suono (e probabilmente la potenza) di un aspiratore industriale ne risucchia il capezzolo spremendo e spremendo fino a farne sgocciolare fuori il latte tra rumori infernali. La poveretta, a quel punto, è pronta ad abiurare.

Sono ai primi tentativi, e non pensavo sarebbero stati così complicati. Insisterò perché il tiralatte mi serve se voglio allontanarmi da Piccolé senza smettere di allattare per andare a lavoro, a un’uscita con le amiche o un cinemetto. È (a modo suo) uno strumento di emancipazione femminile, ma anche un aggeggio diabolico. Secondo me l’ha inventato un uomo.
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