La fuggiasca

Ricercata giraffa arancione con le corna turchesi. Il soggetto, conosciuto con il nome in codice Raffa,  è evaso dalla casa famiglia Dangefò dove era affidato ai servizi sociali. Si presuppone sia diretto al Sud in fuga dalla pioggia. Al momento della scomparsa indossava solo un poncho multicolore e un fiocco rosso. Attenzione alle apparenze innocue, è pericoloso e ha precedenti per spaccio di latte materno (di cui mantiene l’odore). Segni particolari: orecchia destra decisamente sbavazzata.
Ogni informazione utile al suo ritrovamento sarà ricompensata.

ps Questo cartello era già pronto per essere affisso nel quartiere quando la fuggiasca, dopo tre giorni di ricerche, è stata ritrovata. Il pathos era cresciuto al punto che “È saltata fuori?” era la prime domanda di A. al telefono e, quando ho proposto di ricomprarla, mi ha risposto sconsolato: “Ma non sarà la stessa!”: Raffa Giraffa è stata infatti il primo pupazzo di Piccolé e ci siamo molto legati. È ricomparsa all’improvviso, molto nascosta sotto il materasso del lettino (dove avevo già guardato): sentiva la mancanza della bambina e ha deciso di tornare?

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Giramenti

Girare la testa, sia a destra che a sinistra, con una certa maestria. E’ l’ultima conquista di Piccolé, e la riempie di soddisfazione. Sorride di gusto e non fa che ballonzolare il capoccione da una parte all’altra, sembra certi indiani quando annuiscono. 
Questo Grande Progresso ha portato altre novità:
  1. ora si ipnotizza a fissare la poltrona a righe anche quando non è sulla poltrona a righe,
  2. si diverte a seguire i movimenti dei suoi piedi a lungo e con il massimo interesse,
  3. ti fissa con i suoi occhioni poco persuasi qualunque cosa tu stia facendo come a dire: che mi combini stavolta?
  4. passa dal flirtare con Pier Coniglio a farlo con Compagna Percorella o con Raffa Giraffa con sconcertante rapidità,
  5. e imbruttisce il Nemico (l’amplificatore del pc) da molte posizioni diverse, grazie anche alla nuova vista da falchetto.
Adesso che domina la “tecnica” resta da imparare quello che rende grandi: non voltare la testa dall’altra parte.
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Una donna in “corriera”

– Insomma, quando ti riavremo con noi? –
– Pensavo all’inizio di febbraio, quando lei compie quattro mesi. –
– Bene, goditi tutte le feste per bene e poi ci sentiamo. –
Ecco, è in quel momento esatto che il tempo ha iniziato a correre e mi sono accorta che Natale è in arrivo. Sono quasi a metà strada: dei quattro mesi di congedo con Piccolé ne è già passato uno e mezzo e ancora non riesco a staccarmi da lei per più di cinque minuti. La vedo durissima.

Oggi mi sono affacciata in redazione per dare un segno di vita e presentare la pupa ai colleghi. Sono uscita dalla tuta e rientrata (con una certa soddisfazione, visto che mi entrano di nuovo dopo la gravidanza) nei pantaloni da lavoro, ho messo un po’ di trucco e infilato il trench da combattimento. Non si può andare fin là in macchina – è in centro che più in centro non si può – e così ci siamo avventurate in autobus: io, lei, la carrozzina, due vassoi di pizzette, la borsa termica con lo spumante, bicchieri, tovaglioli, giornale e ombrello perché il cielo non prometteva niente di buono. Poi mi sono ricordata di quante scale ci sono in quel palazzo.

E proprio mentre affrontavo l’ultima rampa con la pupa in braccio da una parte, la carrozzina carica di cibarie dall’altra, il telefono tra i denti e la borsa termica a tracolla (nella mia migliore interpretazione di “Mamma peciona” nonostante il trench, il trucco e il vestito professional) ho incontrato prima l’amministratore delegato e poi – ops! – anche il direttore. Per poco non gli cadevo addosso.

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