L’addestratrice tedesca

All’inizio sembrava una buona idea, sempre meglio che continuare a girare alla larga dalla bilancia e a farle le boccacce se mi sfida a pesarmi. Mi piacerebbe tornare in forma presto e quando le ragazze del corso preparto hanno iniziato a parlare di fare un po’ di sport insieme immaginavo scorrazzate con Piccolé in un parco ridacchiando e spettegolando con le altre mamme. Forse ho detto di sì troppo in fretta.
La tedesca, infatti, ha preso in mano la situazione e ha detto che sarà lei il nostro coach. Continua a mandarci foto di manuali di fitness teutonici in cui mi sembra di vedere riferimenti neonazisti: la mamma accenna a un saluto a braccio teso fin dalla copertina mentre un arianissimo bebè fissa l’orizzonte con sguardo volitivo. Poi ha iniziato a manifestare impulsi sadici in chat, è arrivata a scrivere: – La musica per l’allenamento saranno i pianti dei nostri topini! 😉 –
Mi fa paurissima, anche nella faccina sorridente del suo messaggio vedo un ghigno minaccioso. Ed è sempre più difficile accampare scuse per sottrarmi, la mamma ipercattolica ha detto che quando farà freddo potremo allenarci in parrocchia da lei e che, siccome i bambini verranno con noi, allattarli e cambiarli non sarà un problema, potremo farlo tra un esercizio e l’altro. S.O.S. qualcuno venga a salvarmi.
ps Sempre in tema di bellezza e vanità, ieri ho scoperto (in una delle mille visite in farmacia da brava mamma ipocondriaca) che esistono delle creme cosmetiche al “veleno naturale di api”, roba da streghe vere. Ancora di più perché sull’etichetta c’è scritto che il siero viene estratto senza nuocere in alcun modo agli animali. Sono due giorni che mi domando come possono farlo, secondo me chiamano Malefica.

 

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Dimmi come allatti e ti dirò chi sei

La mia trasformazione in un ciuccio gigante è quasi compiuta. Sono felice di allattare ed è bello vedere Piccolé crescere di giorno in giorno al mio seno, ma ancora non mi sento molto a mio agio in questa versione “mucca”. Lei mangerebbe sempre – solo nella prima settimana ha preso mezzo chilo! – e io mi sento un po’ svuotata. Intorno, invece, vedo mamme molto sicure di sé e del loro stile di allattamento.

Mamma fondamentalista – Per lei allattare al seno è una missione di OGNI donna e assolutamente fondamentale per dare il meglio ad OGNI bambino. E’ pronta a scendere in piazza per un flash mob a seno nudo per promuovere l’allattamento di cui si sente un’ambasciatrice davanti alla società e alle mamme che non vogliono o non possono allattare.

Mamma fetish-chic – E’ perfettamente a suo agio con le tette all’aria, soprattutto se sfoggia scintillanti copricapezzoli in argento (vedi foto). Questi sono una meraviglia contro i morsi dei neonati e le ragadi, ma decisamente imbarazzanti, se non si è fan sfegatate dello stile di Madonna negli anni 90. Questo è il caso della Mamma fetish, che riesce a cogliere un lato sexy (un po’ bondage) anche nei mutandoni a rete e nei pannoloni post parto.

Mamma sportiva – Con un braccio tiene il bimbo al seno, con l’altro gira la pasta, intanto parla al telefono e controlla l’agenda. Non so come faccia, ma è un vortice di attività e tutto sembra incastrarsi alla perfezione.

Mamma Hi tech – Conosce e ha provato ogni modello di tiralatte, ogni tipo di biberon e tettarella e ogni posizione di allattamento. Può discutere per ore e senza confondersi dei vantaggi della presa a pallone da rugby, di quella incrociata o dell’allattamento da sdraiata.

Io al massimo sono
Mamma peciona – La contraddistinguono le macchie che si accaniscono su di lei e i suoi vestiti dall’attimo dopo la doccia. Si riconoscono macchie di latte, della pomata salva-capezzoli alla lanolina, dell’olio di mandorle per il babymassaggio, della tintura di calendula per i punti, ma ci sono anche macchie non meglio identificate e probabilmente finora sconosciute all’umanità per forma, dimensione e resistenza ai detersivi.

ps Qualcuno per favore convinca A. a non attaccarsi Piccolé al naso che me la confonde. – Ma ciuccia così bene! – protesta, quando gli dico di piantarla.
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Nel vasto mondo

Erano giorni che scrutavo la mappa di Roma alla ricerca del Luogo perfetto. Ieri finalmente sarei potuta uscire con Piccolé e dove potevo portarla? Il primo pensiero era stato il Giardino degli aranci, sopra il Circo Massimo, con il profumo degli agrumi e la vista su tutta la città. Oppure lungo l’Appia Antica dove si fondono campagna e antichità o a villa Pamphili, dopo tutte le volte che ci siamo andati con A. in questa estate di attesa. Sarebbe andato bene anche il giardinetto dietro casa dei miei, sotto gli ombrelloni dei pini.

Poi ci ho messo più del previsto a riprendermi dal parto, ancora alla notte mi sveglio che batto i denti e tremo per una violenta calata di latte (pare che sia “normale”) e i punti non mi permettono di fare molta strada a piedi. Poi A. ha dovuto lavorare e, quando è tornato, è crollato addormentato accanto a noi due che già ronfavamo e così si sono fatte le sei. Che fare, rimandare tutto a domani?

Abbiamo deciso di uscire lo stesso, inseguendo gli ultimi raggi di sole. Abbiamo portato Piccolé in trionfo dal meccanico egiziano Abramo, che si è quasi commosso, e poi dalle fornaie chiacchierone facendo lo slalom tra i lavori stradali e le macchine in doppia fila. La nostra vera meta però era la birreria di quartiere, dove ci siamo seduti ai tavolini all’aperto e ho bevuto la prima media chiara – da quasi nove mesi – nel nostro primo happy hour con Piccolé. Lei dormiva beata. Ecco, forse non sarà stata un’uscita epocale, da ricordare, ma è stato il primo ritorno a una parvenza di normalità e ci è proprio piaciuto.

ps Oggi era santa Sara e (prima di decidere che a me la moglie di Abramo non è che mi piace tanto per quella storiaccia dell’abbandono nel deserto della schiava Agar e del figlio Ismaele) ho fatto la prima torta per la bambina, una tarte tatin alle mele. Poi ho pensato* che, se proprio Piccolé deve festeggiare un onomastico, può essere il 24 maggio, la festa di Sara la Nera, la protettrice dei gitani e di chi è senza casa (sembra che pure Vinicio le abbia dedicato una canzone).

*A. si dissocia platealmente da quest’ultima riflessione.

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