Un messaggio dal passato

E’ mezzanotte. Ho appena vinto un testa a testa particolarmente duro con Piccolé per metterla a nanna quando vedo un messaggio sul telefono.
 “Ciao, sn X! Ti ricordi di me? Ti avevo portato da Bujmegen a Weeze to catch your aereo… non so dove sei adesso, ma la mia sorella sta a milano ora e sta cercando un posto per dormire… so che è tardi ma mi sei venuta in mente”.

Al momento non capisco, non ricordo assolutamente di essere mai stata in un posto chiamato Bujmegen, né tantomeno di Weeze. Poi un flash. Cinque o sei anni fa, in un momento molto scapestrato, sono andata a trovare degli amici a Utrecht. Per risparmiare, nonostante avessi solo un weekend libero, avevo preso un volo low cost per una città tedesca, da cui dovevo prendere un pullman e poi un treno per arrivare da loro.

Al ritorno è successo l’inimmaginabile: il treno olandese è arrivato in ritardo (quasi fosse un espresso italiano qualsiasi) e ho perso il pullman per l’aeroporto. Mi trovavo in Olanda e avevo un’ora per raggiungere a tutti i costi un aeroporto sperduto da qualche parte in Germania. Disperata, mi sono messa a fare l’autostop e così ho incontrato X, che stava andando in Austria ma era disposta ad allungare un po’ per non farmi perdere l’aereo. Non l’ho più sentita da allora. Il suo sms, in un momento in cui rischio di annegare tra pannoloni e poppate, mi è sembrato un messaggio dal passato. Diceva: te la caverai come te la sei sempre cavata, non per niente ti chiami Calamity.

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La carta d’identità di Piccolè a un mese: she’s got a ticket to ride

C’è scritto: statura 59 centimetri. Capelli castani. Occhi azzurri. Le voci “stato civile” e “professione” sono rimaste bianche. Del resto, cosa avremmo potuto mettere: ciucciatette full time? Pigrona a tempo indeterminato? Tap model? Drama queen? Piccolé ha fatto la sua prima carta d’identità e io mi sono commossa. È da quando ho scoperto di aspettare un bambino (e anche prima) che immagino di viaggiare insieme. Ora finalmente stiamo per farlo, mancano solo poche settimane. Abbiamo escluso le mete troppo lontane, troppo calde, troppo rischiose e preso i biglietti. Ora ci rimane solo da partire.

ps Prego apprezzare il coraggio con cui pubblico un video dei Beatles nonostante l’avversione di A per gli “scarafaggi di Liverpool” e la sua nota tolleranza musicale.

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Come Thelma & Louise

A. è ripartito. Prima o poi doveva succedere che tornasse a Milano. Sarebbe stato solo per tre-quattro giorni e io ero determinata a godermi un po’ di solitudine con Piccolé facendo cose da ragazze. Non è andata proprio secondo i miei piani.

Domenica sera, mentre A. era ancora in treno verso il Nord, io piena di ottimismo gli scrivevo: – Oggi è stata bravissima, chissà se sente che la sua mamma ha un po’ paura e ha bisogno di lei. A volte mi sembra così “saggia” -. Quattro ore dopo (alle 2 e mezza di notte) sbandavo per casa con la piccola in braccio nella sua migliore interpretazione della scimmia urlatrice.

Lunedì alle 17 ero decisa a portarla al parco. Ho montato l’ovetto sulla macchina, caricato la pupa e premuto l’acceleratore. Alle 17.02 ero tornata al punto di partenza con una bambina-peperone accanto; aveva urlato così tanto nel primo isolato che abbiamo ripiegato su una passeggiata a piedi nel quartiere.

Martedì finalmente sono riuscita a combinare qualcosa secondo i progetti. Sono andata a fare shopping con Piccolé ed alcune amiche (ho anche trovato un fantastico lettino Stokke di occasione). Poi sono tornata a casa e mi sono arresa di fronte all’ennesima colichetta della bambina: ho chiamato la mamma (la MIA mamma).

Oggi l’obiettivo è ambizioso: andremo all’università per la laurea di una mia amica. Non oso immaginare cosa succederà. L’ultima volta che siamo uscite siamo rientrare coperte di cacca gialla esplosiva io, la bambina e tutto quello che era con noi dalla mia borsa alla fascia porte-enfant. Immagino che prima o poi ci prenderò la mano…

ps Tanti auguri a Piccolé. Oggi compie tre settimane. E stasera… torna papà!
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