In viaggio con Piccolé a tre mesi

Per avere meno di 4 mesi, Piccolé ha già una discreta esperienza di mezzi di trasporto, e non tutti sono di suo gradimento.

A piedi – andrebbe sempre in giro, con fascia, marsupio o passeggino, basta muoversi senza soste (soprattutto nei negozi) e lei è beata.

In auto – ovvero come avere una sirena senza essere un’ambulanza. Appena partiti inizia a piangere alla massima potenza, di solito dopo un paio di minuti smette (soprattutto con una colonna sonora sufficientemente coatta) e si addormenta. A quel punto non ti fermeresti più, un po’ come Kerouac “Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo”. “Per andare dove, amico?”. “Non lo so, ma dobbiamo andare”.

In treno – il mezzo preferito (da brava nipote di ferroviere). L’effetto soporifero è immediato. Lo sguardo terrorizzato che assumono gli altri passeggeri al vederla salire sul loro stesso vagone si trasforma in breve in vezzeggiamenti e moine.

In aereo – una tetta sempre a disposizione e passa la paura. Il minifasciatoio della micro-toilette, poi, è un vero spasso: bisogna sperimentarlo almeno un paio di volte l’ora. La mamma ne esce con petto, schiena e braccia doloranti come nemmeno dopo un incontro di boxe.

In barca – ha fatto un solo viaggio in traghetto, un po’ movimentato tra onde e vento. Ce la siamo cavata sdraiate insieme (anche con il papà) sul pavimento che ondeggiava.

Per bici, cammello e sottomarino ancora (purtroppo) non possiamo esprimerci.

Ps Siamo appena appena tornati dal Primo Grande Viaggio, un paio di settimane alle Canarie. Il tempo di riordinare i ricordi e raccontiamo tutto.

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L’ultima cena

Qualche giorno fa vengono a cena a casa nostra a Milano due amici rugbisti di A. belli, single e dongiovanni. Loro parlano di notti in Costa Azzurra, viaggetti e conquiste. Noi arriviamo all’ultimo secondo dopo un pomeriggio intenso e, nel preparare la cena, carbonizziamo i crostini e rischiamo di dar fuoco alla cucina. La bimba, di solito tranquilla, piange tutto il tempo. Io mi intravedo nello specchio con le occhiaie, tutta spettinata e spiegazzata. La serata alla fine è molto divertente ma A. sembra uscire dal confronto piuttosto provato.

Ps È l’ultima cena a via Ampere. Zitti zitti negli ultimi giorni abbiamo traslocato le ultime cose dalla prima casa dove abbiamo vissuto insieme. A. ha abitato qui per nove anni e gli dispiace andare via, ma ormai viene a Milano solo ogni tanto e non ha senso continuare a pagare l’affitto. Lavorerà ancora anche in Lombardia, i nostri vagabondaggi Nord-Sud continuano, ma per me è indubbiamente un altro passo verso il “vissero insieme felici e contenti” (anche se un po’ spettinati).

 

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Un messaggio dal passato

E’ mezzanotte. Ho appena vinto un testa a testa particolarmente duro con Piccolé per metterla a nanna quando vedo un messaggio sul telefono.
 “Ciao, sn X! Ti ricordi di me? Ti avevo portato da Bujmegen a Weeze to catch your aereo… non so dove sei adesso, ma la mia sorella sta a milano ora e sta cercando un posto per dormire… so che è tardi ma mi sei venuta in mente”.

Al momento non capisco, non ricordo assolutamente di essere mai stata in un posto chiamato Bujmegen, né tantomeno di Weeze. Poi un flash. Cinque o sei anni fa, in un momento molto scapestrato, sono andata a trovare degli amici a Utrecht. Per risparmiare, nonostante avessi solo un weekend libero, avevo preso un volo low cost per una città tedesca, da cui dovevo prendere un pullman e poi un treno per arrivare da loro.

Al ritorno è successo l’inimmaginabile: il treno olandese è arrivato in ritardo (quasi fosse un espresso italiano qualsiasi) e ho perso il pullman per l’aeroporto. Mi trovavo in Olanda e avevo un’ora per raggiungere a tutti i costi un aeroporto sperduto da qualche parte in Germania. Disperata, mi sono messa a fare l’autostop e così ho incontrato X, che stava andando in Austria ma era disposta ad allungare un po’ per non farmi perdere l’aereo. Non l’ho più sentita da allora. Il suo sms, in un momento in cui rischio di annegare tra pannoloni e poppate, mi è sembrato un messaggio dal passato. Diceva: te la caverai come te la sei sempre cavata, non per niente ti chiami Calamity.

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