Nella terra di mezzo

Questa è una dichiarazione d’amore per la mia strada. Dici “abito a Roma” e tutti si immaginano una camera con vista sul Colosseo (magari con Scajola per dirimpettaio) o minimo minimo una romantica casetta color pastello a Trastevere. Io vivo un po’ più in là, non ancora in una periferia “dura e pura” ma neanche tra viali alberati e palazzine liberty.

Quando hanno inventato la versione capitolina di Risiko (il geniale Rosiko) hanno lasciato un buco nero in questa zona  tra il “Non solo centro” dei vari Prati, Vaticano, Villa borghese e i “Territori del Nord-Ovest” che si estendono dalla Balduina fino a Casal del Marmo e la Giustiniana.
Ecco, qui siamo nel regno dei palazzoni anni 60 che si affacciano su altri palazzoni anni 60 (anche se ancora, a saper dove guardare, ogni tanto spunta tra le antenne paraboliche uno spicchio di Cupolone).

I turisti da queste parti ci finiscono solo se si perdono mentre cercano i Musei Vaticani, ma abbiamo anche noi le nostre attrattive:

1 Il meccanico egiziano Abramo, che ti saluta con entusiasmo ogni volta che passi davanti alla sua officina anche se non hai macchina né motorino (compensa proponendoti ad ogni festa comandata di assoldare un soprano o una ballerina del ventre, interpretati sempre dalla sua nipote disoccupata);
2 Le fornaie chiacchierone, capaci di vendere quintali di pizza bianca anche alla più anoressica delle modelle;
3 La palestra coatta con luci al neon e musica tunza tunza che cerca di darsi un tono con i corsi di pilates. “Sugli ischi! Ho detto che ve dovete da poggià sugli ischi!”, risuona per tutta la sala;
4 Il porno-pizzicagnolo (droghiere, per chi non mastica la lingua), io ancora ho timore ad avventurarmici da sola. Ma tra battutacce e apprezzamenti pesanti è una garanzia di successo per gli amici che vengono da fuori: “Molto pittoresco”;
5 Le sorelle-bruciacaffé, si suppone debbano essere delle bariste ma, vista la scarsa attitudine all’espresso, immaginiamo che sia una copertura. Il mistero è perché continuiamo ad andarci;
6 Il fruttivendolo mummificato. C’è chi è pronto a giurare che sia in quel negozio fin dalla prima guerra mondiale, è “antico” più che vecchio. A un certo punto aveva anche venduto, ma poi non sapeva che fare a casa senza la sua bottega e se l’è ricomprata. Da lì combatte tremolante contro una decina di concorrenti del Bangladesh che lo hanno circondato, ma lui non si arrende;
7 La pizza al taglio più cara di Roma. La strategia è andarci che sei già strasazio e ordinare “giusto un assaggio”. Se riesci a sopravvivere al conto, è una vera goduria.

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Questo post è stato pubblicato in origine sul mio blog 40 settimane (e mezzo). Reportage dalla mia gravidanza.

* Foto credit: Tic edizioni

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Se 600 km vi sembran pochi

Anni e anni di esperienza mi hanno convinta di una semplice verità: romani e milanesi lo fanno a posta a non capirsi. Penso al piccoletto che nascerà e già lo vedo districarsi non solo tra treni, aerei, ritardi, code e last minute ma anche con l’ostinata determinazione di chi lo circonda a non comprendere le sue richieste più semplici. Non saprei spiegare altrimenti tutta una serie di equivoci più che quotidiani che capitano a chi fa la spola tra le due città.
– Ormai è un classico la barista lumbard che ti porge un gelato quando le chiedi “Cappuccino e cornetto per favore”, dimenticando tra i fumi del sonno che dovresti ordinare una raffinatissima “brioche”.
– Ma c’è anche l’autista capitolino che, alla richiesta “Dove ferma la 90?”, risponde schifato “E che è?” perché i nomi degli autobus (affettuosamente “auti”) sono sempre al maschile a Roma, a Milano un po’ e un po’.
– Analogamente, più a Nord, incontri la signora (dicesi “sciura”) che ti dà le indicazioni per un negozio all’ingrosso se le chiedi “Dov’è la metro?”. Avresti dovuto dire “il metrò”.
– Poi come dimenticare il giornalaio romano che, se compri “Repubblica e il Corriere”, ti porge convinto il Corriere dello Sport indipendentemente dal tuo sesso, età e abbigliamento?
– O il gelataio meneghino che non ti capisce se gli chiedi “una boccetta d’acqua” (dopo averti negato un bicchiere di quella del rubinetto e fatto pagare un extra per la panna montata).
– C’è anche il fornaio trasteverino che si rifiuta di venderti le frappe se le chiami “chiacchiere”, la bomba alla crema se la chiami “krapfen” o la pizza bianca se la chiami “focaccia” (ma in questo ultimo caso, devo ammettere, gli dò ragione).
– E infine resta il grande mistero di cosa sia “la schiscetta”*.

Questi sono solo i primi esempi che mi sono venuti in mente, ma ogni giorno ne capitano di nuovi. Possibile che sia davvero così difficile capirsi?

ps Ho trovato un’offerta speciale, torno al Nord questo finesettimana.

* Dopo lunghe ricerche, ho scoperto che la famigerata schiscetta sarebbe il pranzo al sacco in un qualsiasi ufficio milanese. O almeno credo.


Questo post è stato pubblicato in origine sul blog 40 settimane (e mezzo). Reportage dalla mia gravidanza.

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Cose molto pericolose

– Dottore, ho mangiato delle formiche vive, pensa che può far male?
– Ma… QUANTE ne ha mangiate?
– Due o tre, sapevano di sale e limone, pensa che può far male al bambino?
– Non credo, ma… perché le ha mangiate?!

Già, perché? Direi che “perché non sapevo di essere incinta” non è una scusa sufficiente. E’ che ero in Amazzonia ecuadoregna, nella mia migliore interpretazione della Piccola Esploratrice in Luna di Miele. La guida ci aveva detto di imparare a riconoscere le formiche commestibili, nel caso ci fossimo persi nella giungla. E così… le ho assaggiate. Una per cominciare, ma era così piccola che non si sentiva niente, e così un altro paio. Non erano male. Ora mi sembra la conferma incontrovertibile e definitiva che sarò una madre degenere, anche perché nell’ultimo mese mi sono capitate diverse cose strane e pericolose:

– Ho camminato su tronchi sospesi su una laguna con piranha e caimani,
– Mi hanno punto insetti di ogni forma e dimensione,
– Ho fatto l’altalena tipo Tarzan su liane lunghe 20 metri,
– Ho bevuto viscidi intrugli di “frutta” non meglio identificata,
– E mangiato uno spiedino di larve alla griglia (grandi come albicocche),
– Ho preso una sfilza di medicine e vaccini che neanche alle Olimpiadi dell’ipocondria.

Ora continuo a domandarmi, ma perché l’ho fatto? Nel viaggio di nozze ci sono stati anche lunghi bagni nelle acque tropicali e passeggiate in spiaggia al tramonto, ma – come ti sbagli – allora non dovevo essere ancora incinta.

ps Ho rifatto il test per le Beta-Hcg, continuo a sfornare ormoni che neanche la Monsanto nei suoi tempi migliori. Incrociamo le dita.

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