Come non avere il bonus nido

Fa tenerezza la primissima burocrazia legata a un bebè. Nonostante la corsa contro il tempo per avere il codice fiscale e il pediatra della Asl per le prime visite mediche e la coda al municipio per ottenere la carta d’identità, ancora mi usciva quasi una lacrimuccia nel guardare la tessera sanitaria di Piccolé (per non parlare del nostro stato di famiglia). Poi mi sono scontrata con l’Inps.

E’ uscito, infatti, a pochi giorni dalle feste di Natale il bando per i buoni baby sitter o nido che prevede fino a 600 euro al mese per le mamme che rinunciano al congedo parentale e rientrano al lavoro alla fine della maternità obbligatoria. Sono un sacco di soldi ma per averli bisogna essere tra le prime a presentare la domanda. E così ho preparato di corsa tutti i documenti, che non è così semplice per chi vive tra due città e ce li ha sparpagliati un po’ qui, un po’ là. Mi mancava soltanto, perso da qualche parte, il Pin dell’Inps. Così sono andata al patronato.

Volevo chiedere (povera illusa) i buoni per il nido per quando tornerò a lavoro. E’ iniziato un gioco dell’oca perché il programma per richiedere i voucher prima non riconosceva il codice della mia azienda, poi non prevedeva la mia tipologia di contratto, né la possibilità che A. fosse lavoratore autonomo, a un certo punto dava problemi anche il codice fiscale di Piccolé. Risolti tutti i trabocchetti anagrafici, sono iniziati i problemi veri. A me interessava il contributo per il nido, che avrei dovuto scegliere tra quelli autorizzati, ma non ne risultava autorizzato nessuno. Inoltre era necessario che la bimba fosse già iscritta, ma io sono ancora nella maternità obbligatoria, quindi anche questo era impossibile.

Alla fine mi sono rassegnata a chiedere, piuttosto che niente, i voucher baby sitter. Anche così però non è stato facile, dovevo presentare infatti l’Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente) ma le regole per calcolarlo stanno cambiando e al patronato non sapevano come fare. Sono dovuta andare in un altro ufficio che in qualche modo è riuscito a produrre questo documento e per poi portarlo, a cinque minuti dalla chiusura prima di Natale, dove avevo fatto tutta la pratica. La domanda finalmente è stata inviata, non resta che incrociare le dita e sperare che arrivino almeno i voucher babysitter, poi ci inventeremo come usarli.

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La scomparsa di Babbo Natale

Un messaggio minatorio a fianco dell’ascensore ci ha accolto al ritorno dalle feste. Denunciava il furto di un Babbo Natale di feltro e lanciava maledizioni sul ladro e la sua famiglia. Non abbiamo avuto bisogno di raggiungere il nostro pianerottolo per sapere chi doveva essere la vittima, la violenza dell’invettiva parlava da sè.

Ecco infatti sulla porta della nostra vicina una corona natalizia al posto del vecchietto vestito di rosso. Sulla porta accanto, dove abita la sorella, un Babbo Natale identico a quello sparito era ancora al suo posto, a rendere più beffarda la situazione.

Basta molto di meno di questo a mandare su tutte le furie la nostra vicina. Una volta ci ha urlato contro di tutto per il rumore di una cena, erano alle nove e mezza di sera. Ci ha anche scritto una lettera di fuoco perché degli amici fumavano sul nostro terrazzino. Ha poi preteso che comprassimo uno stuoino extra lusso identico al suo. E passa le notti a gridare da sola, al telefono o contro la sorella. Questa, da parte sua, evita ogni contatto sociale. Persino sulla sua porta, accanto al sorridente Babbo Natale, c’è la scritta “Vietato suonare e bussare”.

Io conosco da sempre le nostre Patti e Selma (vivo nella casa che era di mia nonna), ma A. è terrorizzato dalle due sorelle. “Guardati alle spalle! – mi raccomanda – Quando torni dalla spesa non lasciare nemmeno un secondo la pupa sul pianerottolo. E qualunque cosa succeda, urla forte!”.

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Un messaggio dal passato

E’ mezzanotte. Ho appena vinto un testa a testa particolarmente duro con Piccolé per metterla a nanna quando vedo un messaggio sul telefono.
 “Ciao, sn X! Ti ricordi di me? Ti avevo portato da Bujmegen a Weeze to catch your aereo… non so dove sei adesso, ma la mia sorella sta a milano ora e sta cercando un posto per dormire… so che è tardi ma mi sei venuta in mente”.

Al momento non capisco, non ricordo assolutamente di essere mai stata in un posto chiamato Bujmegen, né tantomeno di Weeze. Poi un flash. Cinque o sei anni fa, in un momento molto scapestrato, sono andata a trovare degli amici a Utrecht. Per risparmiare, nonostante avessi solo un weekend libero, avevo preso un volo low cost per una città tedesca, da cui dovevo prendere un pullman e poi un treno per arrivare da loro.

Al ritorno è successo l’inimmaginabile: il treno olandese è arrivato in ritardo (quasi fosse un espresso italiano qualsiasi) e ho perso il pullman per l’aeroporto. Mi trovavo in Olanda e avevo un’ora per raggiungere a tutti i costi un aeroporto sperduto da qualche parte in Germania. Disperata, mi sono messa a fare l’autostop e così ho incontrato X, che stava andando in Austria ma era disposta ad allungare un po’ per non farmi perdere l’aereo. Non l’ho più sentita da allora. Il suo sms, in un momento in cui rischio di annegare tra pannoloni e poppate, mi è sembrato un messaggio dal passato. Diceva: te la caverai come te la sei sempre cavata, non per niente ti chiami Calamity.

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