Come creare genitori no-vax in meno di 24 ore

I primi vaccini di un neonato

I no-vax si nascondono dove meno te lo aspetti. Il centro vaccini dietro casa nostra, per esempio, è opera senza dubbio di un anti-vaccinista. Solo un piano malefico con l’obiettivo di far vaccinare meno bambini possibile può infatti spiegare tanto caos e disinformazione.

Prendi una mamma decisa a fare i primi vaccini al proprio piccolo, un neonato di tre mesi. Viene convocata al centro vaccini con una lettera, che dice di presentarsi tra le 7 e le 9.30, senza prenotazione. Arriva all’indirizzo indicato e trova una ressa di genitori e bambini di ogni età. Ci sono gli anti-vaccinisti che tentano di evitare l’espulsione dei figli da scuola, gli iper-vaccinisti che vorrebbero una dose in più, qualunque essa sia, quelli che non ricordano se i vaccini li hanno fatti o no, quelli che li hanno fatti privatamente, quelli che hanno saltato un richiamo, quelli che vivevano all’estero. Spuntano da ogni parte.

Quando riesce a farsi strada fino allo sportello informazioni, la mamma viene spedita al piano di sopra. La gente in attesa è talmente tanta che i vaccini dei neonati vengono fatti all’ambulatorio vaccinazioni internazionali. Peccato che nessuno lo spiega all’ignaro genitore che si trova a vagare in corridoi sotterranei alla ricerca delle scale per salire al primo piano e poi, speranzoso, si mette in coda alle casse per avere informazioni. – Dovete andare nella stanzetta qui fuori a destra, qualcuno arriverà -, gli viene detto.

Attenti a fidarsi: è una trappola. Nella stanzetta sulla destra ci sono altri quattro bambini in attesa davanti a una porta chiusa a chiave. In un’ora e mezza – raccontano i genitori – nessuno è arrivato a prenderli o spiegargli cosa fare. La mamma è furbissima e capisce che potrebbe restare in attesa in quella stanzetta per sempre. Così decide di cercare il posto dove fanno i vaccini da qualche altre parte. Dalla parte opposta del corridoio provengono alcune voci: le segue.

Vaccini e bebé: Rita la terribile

E’ una sala d’attesa piena di neonati, pare che di là da quella porta facciano i vaccini, ma non è sicuro. Alcuni dei genitori hanno ricevuto un numero al centro informazioni, altri no. Parte un litigio su chi debba passare per primo. Una dottoressa si affaccia e domanda se tutti hanno il certificato. Non spiega però di che certificato si tratti e come fare ad ottenerlo. Qualcuno dice che sono i certificati con i vaccini da somministrare e li fa una certa Rita. – Non andare! – supplica un marito alla moglie – chi è andato da Rita non è più tornato! -.

Quando si riaffaccia la dottoressa, la mamma riesce a chiederle spiegazioni e viene mandata dalla famigerata Rita. E’ passata più di un’ora da quando è entrata nel centro vaccini, ma è solo adesso che inizia una coda che serve veramente a qualcosa. E’ una fila mostruosa che si dipana attraverso vari locali, alcuni caldissimi, altri gelidi. Sembra interminabile. Alcuni bambini a furia di mettere e togliere le giacche iniziano a piangere, e anche qualche mamma. Se a questo punto qualcuno si arrende e scappa senza vaccinare il figlio, è difficile condannarlo.

La mamma ottiene il certificato, è pronta per un’altra coda. Ora è in attesa con il bebè davanti all’ambulatorio dove sembra che facciano – finalmente – le vaccinazioni. Almeno una decina di persone sono stipate in una specie di sgabuzzino, la temperatura è da Sahara. Una teca mira – evidentemente – a spingere i genitori alla resa con immagini terrificanti di virus e batteri e una maschera di quelle anti-ebola. A questo punto, molti se la danno a gambe preoccupati.

 

L’ultima prova

I superstiti si trovano davanti a prove ancora più difficili. Scoprono che, dopo il vaccino, non potranno ancora andare via. Il bambino deve aspettare almeno mezzora in caso compaiano non meglio precisati “effetti collaterali” del vaccino. “Quali?” Chiede timidamente un papà. “Non si preoccupi, se gli vengono se ne accorge”, è la frettolosa risposta. Altre famiglie desistono.

A questo punto restano pronti a vaccinare i figli giusto una manciata di temerari. Ed è allora che una mamma, uscendo dall’ambulatorio, dice disperata che non può ancora andarsene: c’è bisogno di un timbro sul certificato. Bisogna tornare di nuovo in coda… da Rita. E’ un incubo.

Noi in qualche modo siamo riusciti a vaccinare anche il Picinin (qui raccontavo com’era andata con Piccolé – Dove meno te lo aspetti). Ma è stata dura e tra 20 giorni dobbiamo tornare per il meningococco e la cosa ci spaventa un po’.

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