Ode ai cocomerari di Roma

Il camion dei cocomerari di Roma


Il cocomeraro è il mio migliore amico in questi giorni di gran caldo. Non so davvero come facciano nelle città dove sono spariti. I cocomerari di Roma resistono in diversi angoli con i loro banchetto, spesso vicino alle fermate degli autobus perché sanno bene che è lì che c’è più bisogno di loro. L’orario estivo dell’Atac si chiama “orario” perché l’attesa media è di un’ora e, sotto il solleone, un cocomeraro salva ogni giorno decine di sventurati aspiranti passeggeri.

Una fetta di cocomero ghiacciata costa un euro, e i turisti quasi non ci credono. Per un attimo sembrano dimenticare i centurioni coatti, la monnezza per le strade, la carbonara bisunta a 20 euro e scoprire una città generosa e accogliente. Ne hanno scritto anche i grandi giornali, qui sul Corriere (Cocomerari, gli ultimi sopravvissuti del vizio estivo nella Capitale) con una mappa di alcuni cocomerai della città.

Fetta o vaschetta dai cocomerari di Roma

Una fetta di cocomero costa un euro e il prezzo include un coltello e un tovagliolino per poterla addentare subito, lì davanti, appoggiati sul bancone o a un muretto con le mani sempre più appiccicose  e il succo caramellino che cola lungo le guance. C’è anche l’opzione chic di una vaschetta con il cocomero a pezzetti e un’elegante forchettina, più cara. Ma attenti, i cocomerari di Roma sono democratici e di solito riservano la frutta migliore alle fette vendute intere, a prezzo popolare. E chi non si sporca le dita non sa quello che si perde.

Il tempo passa anche per i cocomerai di Roma e oggi è raro sentire l’urlo “Taja che è rosso“, che anticipava il taglio delle fette, quando un cocomero aveva superato la ‘prova colore’. Così come è sempre più raro che ci siano tavolini ammassati sui marciapiedi in attesa dei clienti, sacrificati in nome del decoro urbano.

Inoltre frutta esotica, melone, cocco e ciliegie hanno arricchito l’offerta anche se difficilmente conquisteranno il cliente habitué. Con quaranta gradi all’ombra e un autobus che non passa, una fetta di cocomero è l’unica possibile risposta. Potrei fare un’eccezione solo per la grattachecca, ma quella è un’altra storia (e poi di solito c’è più fila per conquistarla).

Il cocomeraio, nostalgie da emigrata

Ricordo una volta, quando vivevo a Milano e il cocomeraro sotto casa mi mancava come uno degli affetti più cari, eravamo in macchina fuori città e abbiamo visto un camion che vendeva cocomeri. Presa da un attacco di nostalgia ho fatto inchiodare l’auto per comprare due fette da mangiare subito, lì per lì. Non è stata una grande idea. Faceva caldo e il cocomero quasi scottava, il cocomeraio però era entusiasta di avere compagnia e mi ha pure cantato una canzone. Si sentiva che l’amore era nell’aria.

 

Aggiornamento dell’estate 2018

A rafforzare la mia tesi dell’importanza di mangiare la fetta di cocomero con le mani, è apparso questo cartello dal mio cocomeraro preferito:

“cor cortello e la forchetta – c’è scritto a chiare lettere – se la magna solo la reggina Elisabbetta”.

Messaggio dei "cocommerari" di Roma

Subito sopra il cartello c’è l’hashtag per Instagram perché nemmeno gli antichi cocomerari sfuggono alla mania di fotografare il cibo (ma li perdono).


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