Splatter – dell’indistruttibilità della madre o l’ultimo supereroe

Mamma Ko

C’è stata quella volta che mi sono fatta un taglietto sul dito, a colazione, prima di prepararmi con Piccolé e di andare a scuola e a lavoro. Non era niente, ma dal polpastrello continuava a uscire sangue e noi eravamo in ritardo. Ho provato a tamponare la ferita con un po’ di scottex, buttarci sopra dell’acqua ossigenata, arginarla con un cerotto e intanto togliere pigiamini e pannoloni, cantare canzoni, lavare denti e musetti, infilare calzini e scarpe. Si è fatto tardissimo, ho fatto un giro rapido per casa a pulire le macchie di sangue ma quando siamo rientrati con A. alla sera, sembrava fosse la scena di un crimine: tracce sanguinolente in cucina, sul pavimento del bagno e nel lavandino, sulla porta dell’armadio in cameretta.

Ora ci risiamo. Sono caduta e mi sono fatta male al ginocchio. Non sembra niente di grave – ancora devo fare la risonanza magnetica – ma al pronto soccorso mi hanno bloccato con una fascia da metà coscia fino alla caviglia e zompettare di qua e di là con la stampella rende complicate anche le operazioni più semplici. Come al solito non mi manca l’aiuto dei nonni, ma resta la sensazione che la mamma non può essersi fatta male, che la mamma è indistruttibile e mi pesa non fare le cose io. Mi è tornata in mente un’indagine dell’Istat (qui a pagina 33) secondo la quale una donna su sette rinuncia alle cure mediche, dall’acquisto di farmaci a visite e accertamenti fino agli interventi chirurgici o all’acquisto di farmaci. Sarà questa idea, parecchio malsana in verità, che la mamma è l’ultimo supereroe che ci è rimasto.

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La scuola nel bosco – pericolo cinghiali

scuola materna Leopardi
Ritorno alla scuola dove sono andata da piccola. Più di 20 anni passano in un secondo: le aule semi-nascoste nel bosco (un tempo ricoperte di amianto), i pini a perdita d’occhio (fino a coprire le antenne che sparavano onde elettromagnetiche a tutto spiano), i muretti di pietra su cui arrampicarsi, rincorrersi (e sfracellarsi), la terra polverosa con cui fare la “caccamolla” da tirarsi in terribili guerre tra bande. 

La scuola è diventata ancora più selvaggia, da quando sono andata via. Un tempo il pericolo peggiore erano le processionarie, che da bambini temevamo come branchi di lupi selvatici. Ora le belve sembrano arrivate davvero: “è stata segnalata la presenza di cinghiali” si legge in un cartello sul cancello della scuola che invita a non avvicinare o dar mangiare agli animali. E’ davvero un posto pazzesco, nel bene e nel male.


Io sono venuta a dare un’occhiata prima di consumare il “tradimento”: penso che iscriverò Piccolè a un’altra scuola dell’infanzia, infrangendo la promessa che mi ero fatta alla fine della quinta elementare, in lacrime perché non volevo andare via: i miei figli sarebbero andati lì o da nessun’altra parte. L’altra scuola però è più vicina, posso accompagnarci Piccolè a piedi e ci va già uno degli amici più cari. Avremmo dovuto comprare un’altra macchina solo per portare Piccolé qui. E poi non è una decisione per sempre, la iscriveremo in questa scuola alle elementari. Tutte ottime scuse ma – appunto – scuse.

Forse è il senso di colpa che mi rende così sentimentale mentre affronto la “Salita”. La scuola mi sembra ora così silenziosa, vuota, senza le nostre voci di bambini. Tutti gli alunni devono essere nelle classi a fare lezione. Mi ricordo il primo giorno di scuola, i grembiulini a quadri, le cartelle rosse, Petra, Irene e Sara che ride. Ma non riesco a rivivere le stesse sensazioni. Poi entro nel grande padiglione delle elementari e l’odore della mensa, inconfondibile, mi riporta finalmente indietro nel tempo. Quel puzzo inconfondibile mi abbraccia come un vecchio amico, anche se non era neanche buona, come mensa: ricordo che quello mangiavo con più gusto era la carta delle tovaglie.

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Il bottino. Un portafoglio svuotato e l’indiziata numero 1

Il salvadanaio segreto della bimba
Arrivo alla cassa del supermercato e il mio portafoglio è vuoto. Non ci sono soldi, documenti, tessere varie né carte di credito. All’inizio penso a un ladro in palestra, perché ho il vizio di lasciare l’armadietto aperto. Abbandono il carrello vicino al mio cassiere preferito: – Nun te preoccupà, basta che prima o poi torni a pagare. Tanto qua è già il delirio. Dice che nei prossimi giorni nevica e si è scatenato il bordello. Una signora n’artro po’ e me se comprava pure a me! –

 

Mentre corro a casa mi viene in mente che un ladro “normale” avrebbe preso tutto il portafoglio, non si sarebbe messo a perdere tempo per frugarci dentro. Mi viene un sospetto:
– Piccolè, per caso hai giocato con i soldi della mamma?
Con lo sguardo colpevole, la bimba fa di sì con la testa. Parto con una filippica sul fatto che i soldi sono cose importanti e non li deve toccare, che la fiducia è fondamentale e non bisogna mai tradirla, che ora deve ridarmi subito tutto quello che ha preso. Ci pensa un po’ e poi mogia mogia mi porta a una sua scatolina segreta. La apre a malincuore e, sospirando, tira fuori… 50 centesimi. Un’unica monetina. Il suo bottino da ladruncola. Non è colpa sua! Del contenuto del portafogli non ne sa niente.

 

Deve pensare che sono matta a prendermela così per una monetina. Alla fine trovo i miei soldi e tutto il resto sparsi nella borsa della palestra, la colpa è tutta mia, visto che oltre all’armadietto devo aver lasciato aperto pure il portafoglio. – Che mamma pasticciotta! – mi fa Piccolé scuotendo la testa.

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Voglia di neve

Neve nella campagna laziale 
Quest’anno ho voglia di neve. Tanta voglia di neve. Così quando la prima notte che abbiamo passato in campagna, nel viterbese, si è affacciato qualche piccolo fiocco, mi sono fatta prendere dall’entusiasmo. Quando poi al mattino abbiamo scoperto un velo bianco che copriva qui e là il prato e i campi non ho più resistito. Sono scappata fuori per giocare con Piccolé, che non aveva mai visto “la neve”. Sono rientrata in casa un secondo dopo, mezza assiderata. Faceva troppo freddo per stare all’aperto. 

Non mi sono arresa e ho caricato tutta la famiglia in macchina puntando sul negozio sportivo più vicino. Ne sono uscita con guanti, cappello e tuta da sci per Piccolé e persino un piccolo slittino. Avremmo giocato con la neve a tutti i costi.
Peccato che, nel frattempo, era uscito il sole e aveva sciolto anche l’ultima pozzanghera bianchiccia. A quel punto, però, era una questione di principio. Ci siamo messi a guidare per chilometri e chilometri portando la tuta da sci, i guanti, il cappello e lo slittino alla ricerca della neve, ma niente: era sparita. Alla fine per consolarci dalla delusione ci siamo rifugiati in una trattoria a San Martino al Cimino, con Piccolé vestita come per lo sbarco sulla luna e A. che rideva. 

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